- Vale la pena morire per il Gardena? -

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Scritto Ieri • Pubblicato 12 ore fa • Revisionato 8 ore fa
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Racconto scritto 11 anni fa. Noi ciclisti salitomani, siamo così fottutamente masochisti... sino al punto di arrivare a giocarci la pelle pur di agguantare lo scalpo di un Passo Alpino! Cronaca di una giornata bestiale. Buona lettura.
- Nota dell'autore vecchioautore

Testo: - Vale la pena morire per il Gardena? -
di vecchioautore

Vale la pena, morire per il Gardena?

Nel 2003 iniziammo a trascorrere il mese di luglio - io, mia moglie e i nostri due chihuahua - a Ortisei (ci saremmo tornati ogni anno, sempre nel mese di luglio, sino allo scoppio della pandemia). A bordo del Toyota Land Cruiser, oltre al bagaglio, caricavo la bicicletta con cui avrei affrontato i passi Dolomitici (alternavo passeggiate sui sentieri montani insieme a mia moglie a lunghe pedalate solitarie sui passi).
Tra i ricordi di quelle indimenticabili vacanze montane, uno in particolare, tornandomi alla mente mi spinge a credere che, noi ciclisti salitomani, siamo così fottutamente masochisti… sino al punto di arrivare a giocarci anche la pelle pur di agguantare lo scalpo di un Passo Alpino!

La stagione ciclistica 2014 non era iniziata sotto i migliori auspici; a fine marzo, cadendo rovinosamente, mi ero procurato una microfrattura al polso sinistro.
«Trenta giorni di prognosi, tutore per tenere fermo l’arto e niente bicicletta per un mesetto», sentenziò il traumatologo; e quest’ultimo punto, fu per me più doloroso della frattura stessa.
Fermarsi nel pieno della preparazione, avrebbe significato rinunciare ad affrontare, in gran spolvero, i passi dolomitici nel mese di luglio.
Così, fregandomene bellamente di ciò che voleva impormi il traumatologo, dopo quattro giorni, con tutte le precauzioni del caso, appoggiandomi con il tutore sul manubrio e afferrandolo saldamente con la destra, ripresi ad allenarmi.
«Per quest’anno, il mio tributo alla sfortuna l’ho pagato, stai tranquilla», rassicurai mia moglie che mi osservava perplessa mentre uscivo con circospezione dal cortile, tenendo il tutore blu appena adagiato sul manubrio per ammortizzare i colpi trasmessi dai tubolari gonfiati a nove atmosfere.
Ma mi sbagliavo. E nel mese di luglio di un’estate assente; lei, la sfortuna intendo, si ripresentò in modo ben più virulento.

Ogni giorno un bel temporale si premurava di abbassare ulteriormente le non certo alte temperature di un ben strano luglio, più simile a un novembre, in quel di Ortisei.
A mia memoria, l’unico giorno, freddo ma assolato, fu, per mia fortuna, la domenica del Sella ronda bike day: cinque ore e più sotto la pioggia con temperature che variavano dai sette ai due gradi, salendo per tre volte oltre quota duemila e una oltre quota milleottocento, e dopo ogni valico dover affrontare le relative discese prima di aggredire la salita successiva, sarebbe stato un suicidio. Ma di ciò allora non ne avevo contezza; ne ebbi invece certezza alcuni giorni dopo, quando provai sulla mia pelle cosa significasse pedalare nel gelo e nell’acqua in alta quota.

Dopo tre giorni filati di pioggia, il cielo esausto finì di sputare sulla valle; anche se nubi nere e basse sfiorando le abetaie parevano sul punto di ricominciare. «Provo ad uscire, speriamo regga almeno un paio d’ore», annunciai alla mia perplessa moglie, iniziando ad indossare il vestiario estivo da ciclista: canotta traforata, maglia dalle maniche corte e pantaloncini sino a metà coscia.
«Ma dove vai con ‘sto tempo! Non vedi che stanno cadendo le prime gocce!» sbottò lei. Poi, di fronte alla mia determinazione, aggiunse rassegnata: «Perlomeno gira in paese, così se dovesse piovere faresti presto a correre a casa.»
Per tranquillizzarla le dissi che, sì, non mi sarei allontanato. Lei mi osservò perplessa, e comprese che avrei fatto esattamente l’opposto.
Ortisei sarà pure un posto carino; ma come si fa a bardarsi di tutto punto, e poi girare come una trottola per le vie del paese, con le cattedrali di roccia che, guardandoti dall’alto, sembrano invitarti a conquistarle danzando sui pedali?
“Mica sono un cavallo da fiera, buono solo da esibire in piazza”, pensavo mentre decidevo se prendere la mantellina gialla, o quella bianca più leggera acquistata il giorno prima quando, in macchina, andammo a fare un giro a Corvara.
Fu forse per la curiosità di testare il nuovo acquisto scendendo dal passo, che mi fece commettere l’errore d’infilare nella tasca posteriore della maglietta quella bianca antivento; passando sopra all’icona interna che m’informava che in caso di pioggia non sarebbe servita granché, essendo di tessuto non impermeabile.

Appena messe le ruote su strada, il freddo mi procurò un primo brivido; guardai il display del computerino sul manubrio. “Sette gradi, da qui al Gardena è solo salita, pedalando mi scalderò”, pensai avviandomi, rinunciando a indossare il giubbino antivento.
Effettivamente, già dopo le prime vigorose pedalate il freddo non rappresentò più un problema; pedalavo guardando le nuvole basse che non mi permettevano di vedere il massiccio del Sella, con la segreta speranza che avrebbero scaricato l’enorme massa d’acqua contenuta al loro interno, solamente quando io, dopo aver doppiato il passo Gardena, sarei rientrato a casa.

Poco prima di giungere a Selva raggiunsi un ciclista, ci salutammo e proseguimmo insieme in direzione del passo; ma durante l’attraversamento del borgo montano le prime gocce iniziarono a cadere e, ancor prima di uscire dal centro abitato, la pioggia si fece battente.
Guardando il display che segnava mese, giorno, ora e temperatura, all’esterno della farmacia, notai che i gradi erano scesi a cinque; ma nonostante ciò il freddo e l’acqua non mi disturbava.
Avevo fissato il mio obiettivo là, sul passo, e là sarei arrivato.
Al primo tornante sinistrorso, appena fuori dal paese, il mio compagno d’avventura si arrese; accostò a destra, indossò la mantellina e tornò mestamente indietro.
Io no, mai avrei ceduto al disonore del piede a terra e del ritorno a casa senza lo scalpo del passo Gardena.
Mancavano circa otto chilometri per raggiungere il passo, sei dei quali di dura salita; uno sforzo aerobico di una cinquantina di minuti schiaffeggiato da pioggia e vento gelido.
Pioggia e vento, miscela di un’impresa epica che mi gasò a tal punto, da farmi dimenticare che il ritorno, in discesa, sarebbe stato molto complicato.
Immerso in un pathos emozionale, ero Gaul nella bufera del Bondone, Nibali nella neve delle Tre cime di Lavaredo, Pantani nella bufera del Galibier che va a prendersi la maglia gialla; il tempo da tregenda che mi avvolgeva era il palcoscenico ideale di una rappresentazione epica, da rammentare negli anni a venire.
Il freddo e la pioggia mi scivolavano addosso senza scalfire la corazza del mito; salivo in trance da prestazione, coordinando respiro e frequenza di pedalata. “Li prendo sul falsopiano, poi sullo strappo finale provo a staccarli”, ragionavo, tenendo lo sguardo cattivo dell’agonista puntato addosso a un gruppetto formato da cinque ciclisti che arrancava cento metri più avanti.
Respirando a pieni polmoni, controllavo sul display che la velocità non scendesse sotto gli undici chilometri orari. “Ora a tutta!” avrei voluto urlare appena raggiunto il falsopiano, mentre indurivo il rapporto. Poi guardai con soddisfazione la velocità salire rapidamente sin oltre i trenta all’ora. “A metà falsopiano mi accodo e respiro”, pensai ancora, tenendo lo sguardo fisso sulle schiene ingobbite dei miei ignari avversari.
Il falsopiano del Gardena, lungo circa due chilometri, quasi interamente all’ombra del bastione roccioso del massiccio del Sella, offre, nelle giornate calde, un fresco, oserei dire persino: freddo ristoro ai ciclisti accaldati e sfatti dopo la lunga scalata. Ma ora, battuto da un vento gelido, non era sicuramente d’aiuto al mio avanzare nella tormenta.
Improvvisamente il gelo m’invase. “Devo calare la velocità”, ragionai sconsolato a metà falsopiano, quand’ero ormai prossimo ad accodarmi al gruppetto. “Li prenderò sullo strappo finale”, realizzai poco convinto, vedendoli allontanarsi ben coperti dal vestiario invernale.
Effettivamente sullo strappo finale riuscii quasi ad accodarmi. “Duecento metri ancora e vi avrei sorpassati”, tirai le somme, deluso, davanti al rifugio in cima al passo, ansimando fermo a cavalcioni della bicicletta con la testa appoggiata alle mani che stringevano la parte alta del manubrio.
Alzando lo sguardo lessi la temperatura sul display posto sopra l’ingresso del rifugio (due gradi!). Poi voltandomi alla mia destra notai i cinque ciclisti, due donne e tre uomini, guardarmi come se avessero visto un alieno: evidentemente l’abbigliamento, minimale, che avevo indosso li sconcertò.
Ci salutammo, poi, mentre loro caricavano le biciclette su un monovolume per scendere a Corvara, tremando di freddo provai ad indossare la mantellina; ma il vento impetuoso, una vera bufera sul passo, gonfiandolo come una vela me lo impediva.
Notando le mie difficoltà, uno dei ciclisti m’invitò ad entrare nel monovolume per indossarlo.
Dopo aver ringraziato e salutato gli amici di pedivella, soddisfatto per aver portato a compimento la mia piccola grande impresa, inforcai la bicicletta e mi gettai deciso lungo la discesa; prevedendo di compiere i diciotto chilometri che mi separavano da Ortisei, in poco più di mezz’ora.
E da lì in avanti, l’impresa rischiò di precipitare nel dramma.

Bastarono poche centinaia di metri per farmi capire che non ce l’avrei mai fatta a scendere velocemente; la sede stradale era ormai un torrente impetuoso, alimentato senza sosta dall’acqua che cadeva a secchiate.
Ma il problema più grave che dovetti superare fu il gelo che, penetrando dentro le ossa, mi faceva tremare come una foglia; inoltre, il giubbino antivento zuppo d’acqua contribuiva non poco a far gelare il sudore sulla pelle.
Dovevo scendere a quindici all’ora, tirando con forza i freni con le dita gelate che mi dolevano: nemmeno i guanti mi ero portato. “Selva, finalmente”, pensai, sospirando, sperando, data la quota inferiore di quasi seicento metri, in una temperatura più clemente.
Ma fu una pia illusione: la temperatura si era ormai assestata sui tre gradi, e da lì, pur scendendo costantemente di quota, non si sarebbe più mossa.
Attraversai il centro, deserto come un paese di pianura il giorno di Natale. Appena fuori dal paese un tremore incontrollabile m’invase, e le vibrazioni che trasmettevo al manubrio generarono una risonanza che invase l’intera struttura. Fu allora che, preso dal panico, realizzai che non sarei mai stato in grado di percorrere i sette chilometri mancanti. «Calmati! Respira a fondo! Così! Calmati!» mi spronavo, urlando, cercando di pescare le energie necessarie per non soccombere al gelo.
«Santa Cristina! Mancano solo quattro chilometri! Coraggio, ormai è fatta!» urlai ancora, entrando in paese accompagnato da pioggia e vento.
Ma appena fuori… un’altra crisi! Sentivo le forze venir meno. “Sto per svenire, è finita”, pensai. Poi, un ultimo disperato urlo: «Non mollare! Respira! Respira!» urlavo incitandomi. E poi ancora, abbassando il tono: «Calmo, devi stare calmo!»
Non so ancora oggi come, oramai in ipotermia, con le mani congelate che faticavano a tirare i freni, riuscii a raggiungere la porta basculante del box.
Provai a prendere dalla tasca posteriore la scheda magnetica per aprirla, ma non ci riuscii; allora mi lasciai cadere, pesantemente, con la schiena contro la basculante: e fu la mia fortuna.
All’interno del seminterrato, mia moglie e i proprietari del residence attendevano con ansia il mio ritorno; sentendo sbattere la basculante uscirono da una porta laterale e mi aiutarono a scendere dalla bicicletta.
Mi parlavano, ma io non capivo e, al momento, nemmeno la riconobbi mia moglie.
Aiutato da mia moglie m’infilai sotto la doccia; rimasi lì, inebetito, per un tempo che non saprei quantificare; poi, infilandomi sotto le coperte ripresi a tremare, saltavo letteralmente sul letto. La proprietaria del residence mi portò una boule di acqua bollente e mi coprì con quattro coperte di lana. «Dobbiamo chiamare un medico!» sentenziò dopo dieci minuti.
«No! Sto meglio, sta passando», balbettai, agitandomi e battendo i denti in maniera incontrollabile.
«Va bene, aspettiamo ancora un po’», rispose mia moglie, porgendomi la tazza con del tè bollente.
Passò più di un’ora prima che il tremore cessasse, non del tutto a dire il vero, lasciandomi in eredità un mal di testa clamoroso che mi avrebbe fatto compagnia per il resto del giorno e buona parte della notte.
«L’hai preso un bel spavento, eh?» fece mia moglie, toccandomi la fronte.
Non risposi.
«Lo vuoi capire che hai sessantaquattro anni… Certe avventure, lasciale ai ventenni!» mi redarguì accigliata.
Lo spavento doveva essere stato grande pure per lei, così, per non alimentare ulteriori discussioni, la pensai solamente la replica. “Un ciclista ha sempre vent’anni!” poi chiusi gli occhi e finsi di dormire.
«Ma io mi domando: vale la pena rimetterci la pelle per il Gardena?» chiosò lei, andandosene a preparare la pastina in brodo che, nonostante l’odiassi, quella sera per farmi perdonare, ma anche perché ero distrutto, spazzolai in un amen.
Quando lasciò la camera, riaprii gli occhi e, guardando la pioggia e il vento schiaffeggiare il vetro della portafinestra, mi chiesi anch’io: «Vale la pena, morire per il Gardena?»
Richiusi gli occhi e, sospirando, mi risposi: «N’è valsa la pena, le avversità temprano corpo e spirito. Se non sono morto oggi, mi sa che non crepo più!»

FINE

- Vale la pena morire per il Gardena? - testo di vecchioautore
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